I LANDI, SIGNORI DI BARDI

Il dominio dei Landi nelle terre dell'alta Val Ceno e alta Val Taro ha inizio nel 1257, quando un nobile ghibellino di Piacenza, Ubertino Landi, in competizione con il Comune guelfo, acquistò terreni in alta Val Taro e Ceno dai Conti di Bardi; approfittando poi di una crisi del Comune di Piacenza, riusci a farsi investire dei due feudi.
Da quel momento il dominio dei Landi sulle due Valli durerà altri 425 anni, consolidandosi in uno Stato che si può considerare il più longevo dominio di una stessa famiglia in Italia.
Ubertino Landi fu un abile uomo politico che seppe sfruttare la sua posizione di ghibellino in ambiente guelfo, e che per la sua amicizia con Manfredi di Svevia, Re di Sicilia, di cui sposò una figlia, ebbe onori e possedimenti in varie parti d'Italia (Venafro, Iserna, Noto).
Rimasto fedele agli Svevi, anche nei momenti più tragici della loro storia, Ubertino morì nel 1298 a Montarsiccio, dove fu sepolto.
UNO STATO AL CENTRO DELL'APPENNINO

Nel XIV secolo, quando le signorie si espansero oltre i confini comunali, assumendo dimensioni quasi regionali, alcuni nobili riuscirono ad imporre il proprio governo sui Comuni più deboli.
E' il caso di Milano, che divenne un ducato governato prima dai Visconti, poi dagli Sforza e che riuscirà a imporsi nel territorio di Parma e Piacenza, dove, invece, mancava una famiglia aristocratica forte in grado di creare una signoria propria.
In queste città emiliane vi erano infatti solo deboli casati (spesso divisi da faide familiari), che governavano piccoli feudi. Tra questi, spiccavano i Landi, che riuscirono ad imporre il proprio potere nell'area appenninica compresa tra la Val Trebbia e la Val Taro, ottenendo a inizio Quattrocento dagli Sforza l'autonomia e la separazione del proprio feudo dalla giurisdizione di Piacenza.
I Landi appartenevano a quella aristocrazia piacentina ghibellina che aveva abbandonato i commerci per radicarsi sul territorio, ma che rimaneva divisa da profondi dissidi.
Nel tempo i conflitti tra i vari clan indussero a ripartire il già ridotto territorio feudale tra i diversi rami.
È ciò che accadde ad esempio nel 1491 alla morte di Manfredo Landi, quando i feudi furono divisi tra i suoi figli: Compiano fu ereditato da Pompeo, Bardi e Ferriere toccarono a Federico, mentre Rivalta nel piacentino spettò a Corrado.
Solo grazie alla scaltra politica di Agostino Landi, Signore di Bardi, che nel 1532 sposò la cugina Giulia Landi di Compiano, i territori vennero riunificati.
In questo periodo, quando gli stati italiani furono coinvolti nelle lotte tra Francia e Spagna per il predominio della penisola, Agostino Landi si schierò dalla parte degli spagnoli, appoggiando l'imperatore Carlo V.
Questi, che fu ospitato dai Landi durante la sua discesa in Italia, ricompensò Agostino nominandolo nel 1551 Principe del Borgo Val di Taro, oltre che marchese di Bardi, conte e barone di Compiano, concedendogli, inoltre, la facoltà di battere moneta.
Iniziò cosi il periodo di maggiore splendore dello Stato dei Landi che fu governato sul modello delle grandi signorie.
LA RESIDENZA DI FEDERICO II LANDI

tutto l'apparato organizzativo dello Stato, tra Cinquecento e Seicento, quando i Landi sono costretti ad abbandonare Piacenza, il castello di Bardi si trasforma progressivamente in palazzo principesco.
Si attuano importanti interventi nell'architettura della fortezza: la corte alta si trasforma in residenza della famiglia, si crea una cappella, si ristrutturano gli ambienti per accogliere la guarnigione a presidio del castello.
Nella parte bassa del castello nel 1571 si avviano i lavori per realizzare un oratorio palatino da destinare anche a sepolcreto della famiglia.
Federico Landi negli ultimi anni del Cinquecento arricchisce la fortezza di nuovi elementi: costruisce una ricca biblioteca, una nuova armeria, una quadreria all'interno della quale è menzionato lo Sposalizia di Santa Caterina, pala d'altare realizzata dal Parmigianino e che ora è visibile nella chiesa di Santa Maria Addolorata di Bardi.
Entrando nel cortile d'onore si coglie subito l'eleganza degli ambienti di corte: il porticato dorico sulla sinistra, sopra il quale s'intravede il mastio non in asse con il cortile, mentre sulla destra si accede alla sala grande, dove belle finestre a mensola si affacciano verso l'esterno.
All'interno, sulle pareti della sala grande è stata riscoperta nel secolo scorso
una decorazione a grottesche, simile a quelle dipinte nella seconda metà del Cinquecento nei castelli di San Secondo, Torrechiara, Fontanellato. Dalla sala si accede all'appartamento definito nella mappa del XVII secolo, come "stanze della Signora": nelle prime sale troviamo un soffitto ligneo quattrocentesco a carena di nave rovesciata, che nella prima stanza è sorretto da cariati di e telamoni lignei scolpiti a mezzo busto, rappresentanti un re incoronato, un paggio e due dame.
Dello stesso periodo è il camino scolpito in arenaria. Nella terza stanza il soffitto
è simile alla prima, mentre nella quarta è presente un busto policromo di donna della fine del XVI secolo.
Il percorso prosegue con le "stanze delle donne", altro appartamento della seconda metà del Quattrocento: una delle stanze ha un soffitto a cassettoni tardogotico e un fregio monocromo con giochi di putti (1544) attribuito a Girolamo Baroni.
Da questi appartamenti si accede al giardino pensile, ad uso delle donne, del XVII secolo.
Dopo uno stretto passaggio ad angolo si accede alle stanze del Principe: le prime due destinate a salotto e camera; seguono poi la cosiddetta Sala Grimaldi, dipinta in occasione del matrimonio tra Maria Landi ed Ercole Grimaldi, signore di Monaco, dove è raffigurato lo stemma di Casa Grimaldi con le loro proprietà, mentre l'ultima stanza, con al centro lo stemma dei Landi, ricorda i luoghi dello Stato landiano.

