Introduzioni delle autorità al libro “Gente che va, gente che resta, gente che torna” (Mostra sui migranti di Bardi e della Val Ceno, Bardi 2007)

Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito o anche cantato questo popolare motivo che raccoglie, in sintesi, i problemi, le ansie, le difficoltà di chi per scelta o, più spesso, per necessità doveva abbandonare la propria terra per un “nuovo” domani che poteva dire lavoro, ma anche sofferenza ed emarginazione.
L’Emigrazione Valcenese e Bardigiana in particolare, alla quale dobbiamo attenzione, rispetto e solidarietà, è stata per alcuni secoli, già dal governo di Federico II Landi, un fenomeno diffuso su tutta l’area comunale ed ha portato anche benessere.
Purtroppo quando l’esodo è diventato di massa ha depauperato il territorio e, come sempre accade, le forze più giovani o più culturalmente preparate hanno lasciato vuoti che sono ancora oggi incolmabili.
La richiesta di emigrare era forte al punto che la compagnia di navigazione “Italia” aveva un’agenzia a Bardi. Possiamo solo accennare al fatto che non sempre l’emigrazione era una scelta personale ma anche una costrizione voluta da organizzazioni che spesso hanno lucrato su coloro che erano in stato di bisogno.
Spesso si sente l’espressione: “cosa sarebbe stata Bardi senza Emigrazione?” ed ognuno risponde come ritiene di vedere le cose dal proprio punto di vista.
Diciamo la stessa frase così: “cosa sarebbe stata Bardi senza Emigrazione!” con il punto esclamativo ha un valore diverso. Proviamo a rifletterci.
Bardi è stata nei secoli Terra di Emigrazione, ma anche di Immigrazione; se valutiamo i cognomi ora esistenti a Bardi ci rendiamo conto di una “piccola invasione” avvenuta nei secoli XIX e XX, evidentemente Bardi dava anche lavoro.
L’umanità ha sempre avuto contraddizioni, mai però negazioni.
Pietro Tambini
Sindaco di Bardi
L’emigrazione dai villaggi del nostro Appennino è storia antica e recente. Fino alla seconda metà del secolo scorso, molti abitanti del Bardigiano e del Valcenese sono sfuggiti alla miseria di una terra difficile emigrando in altri Paesi, soprattutto in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada.
Spesso non si trattava di una scelta facile, ma piuttosto della necessità irrinunciabile di cercare altrove il proprio futuro e quello della propria famiglia. Pochi facevano fortuna, molti andavano a fare mestieri umili, sopportando la fatica e la nostalgia per la terra d’origine, dove alcuni tornavano periodicamente e molti sognavano di rientrare, prima o poi.
Le foto e gli oggetti esposti restituiscono uno dei volti di questa terra, raccontano e contribuiscono a tenerne viva la memoria. Si tratta di un’esperienza che ha segnato la storia delle comunità della nostra montagna, per molto tempo penalizzata nel cammino verso la modernizzazione per l’asprezza delle condizioni ambientali e la scarsità di risorse. Ma provano anche l’intraprendenza e la tenacia della sua gente, lo spirito di adattamento e la laboriosità.
Queste testimonianze sono un doveroso omaggio alle generazioni passate, ma senz’altro parlano anche a quelle del presente e a quelle che verranno. Dicono di una fase cruciale della nostra storia, ma anche dei valori sui quali è possibile costruire il futuro della montagna. E ci ricordano, infine, che un tempo i migranti eravamo noi.
Vincenzo Bernazzoli
Presidente Provincia Parma




