Bardi e il suo territorio furono centro nevralgico della lotta partigiana; dopo l’8 settembre 1943 il paese venne immediatamente controllato da un presidio fascista sito nell’attuale palazzo del Municipio in piazza Vittoria.
Nonostante questo il movimento antifascista clandestino ne fece un centro di raccolta di armi e uomini per l’organizzazione della lotta armata e la costituzione dei primi distaccamenti partigiani.
Oltre all’odierna Trattoria Trieste, che divenne un punto di incontro e di smistamento dei “ribelli”, i giovani renitenti e i volontari che arrivavano a Bardi per entrare nelle file partigiane venivano accompagnati alla vecchia fabbrica di Vischeto, dove rimanevano in attesa di essere inquadrati in un distaccamento. Nei mesi successivi a Vischeto avrebbe avuto sede un campo di prigionia, dove i partigiani raccoglievano i militari catturati durante le loro azioni.
La sempre migliore organizzazione partigiana portò nello stesso mese di giugno 1944, alla liberazione di tutto il territorio. Il giorno 10 l’attacco sviluppato contemporaneamente sui presidi di Bardi e di Varsi portò i partigiani della 12a Brigata Garibaldi ad occupare i paesi; a Bardi la popolazione, convocata in piazza, elesse sindaco l’avvocato Giuseppe Lumia.
Dal 15 luglio però con l’operazione di rastrellamento Wallenstein ebbe inizio l’attacco alla zona controllata dai resistenti.
Non solo le rappresaglie successive sferrate contro gli abitanti del comune portarono alla fucilazione, tra il 16 e il 20 luglio 1944, di diciotto civili, ma le operazioni di rastrellamento posero di fatto fine ai territori liberi; tuttavia dopo che le truppe nazifasciste si ritirarono, lasciando una lunga scia di vittime e di villaggi distrutti, i partigiani riuscirono a riorganizzarsi e a controllare il territorio nuovamente, nonostante l’altro grande rastrellamento del gennaio 1945, continuando a combattere fino alla liberazione.
Le “Repubbliche” nei territori liberi
Un esempio tipico è quello della Val Ceno dove non si va molto oltre il presidio del territorio, malgrado, come si legge in un dattiloscritto dell'archivio del Clnai, "in ogni Comune siano stati nominati democraticamente un sindaco e un consiglio municipale". Le ragioni di questo fallimento si comprendono leggendo la relazione di un comandante partigiano della Garibaldi, relazione firmata semplicemente Ferrarini: "I sacrifici di lunghi mesi di montagna, la mancanza di una buona preparazione politica, l'eterogeneità delle forze, hanno reso un po' acri i rapporti tra i garibaldini e la popolazione civile. La povertà dei mezzi dei nostri patrioti, la scarsa sensibilità politica dei montanari della zona, la loro paura per un eventuale rastrellamento non hanno permesso una cordiale convivenza e quindi la liberazione si è trasformata in una vera occupazione"
Il 13 luglio 1944 La Nuova Italia, che nella sotto testata si definisce "Giornale del territorio libero del Taro", fa una constatazione indicativa: "Elementi iscritti e militanti tra le file del partito fascista repubblicano sono ancora nelle amministrazioni comunali della zona. Un provvedimento radicale per evidenti ragioni di necessità pratica non è stato opportuno attuare. Codesti signori sono rimasti ai loro posti solo per la magnanimità dei patrioti, non per altro".
La Divisione “Val Ceno”
Comandante Ettore Cosenza “Trasibulo”, Commissario Luigi Leris “Gracco”, Capo di Stato Maggiore Mario Squeri “Battaglia”
31.a Brigata Garibaldi “Copelli”: Comandante Luigi Rastelli “Annibale”, Commissario Aldo Bernini “Maurizio”;
31.a Brigata Garibaldi “Forni”: Comandante Giorgio Lazzari “Effe”, Commissario Alfredo Corradi “Giuseppe”;
32.a Brigata Garibaldi “Monte Penna”: Comandante Alfredo Moglia “Bill”, Commissario Ottavio Braga “Rolando”;
135.a Brigata Garibaldi “Mario Betti”: Comandante Luigi Marchini “Dario”, Commissario Dino Tanzi “Gastone”;
78.a Brigata Sap: Comandante Annibale Ballarini “Bongiorno”, Commissario Marcello Pini “Gigetto”.
La battaglia di Osacca
Un gruppo di giovani antifascisti di Casalmaggiore e Cremona diedero vita a Osacca, sin dall'ottobre del '43, ad un distaccamento di garibaldini intitolato a “Picelli”.
E a Natale il distaccamento ebbe il suo battesimo del fuoco, uno scontro vittorioso insieme alla popolazione del luogo contro reparti fascisti armati inviati nella zona per ripulirla dai "ribelli".
I fascisti, dopo ore di fuoco, furono costretti a ritirarsi con molti feriti.
Ma dopo l'entusiasmo del distaccamento partigiano e dei cittadini di Osacca per il successo ottenuto, iniziò anche un esame della situazione e delle difficoltà oggettive in cui veniva a trovarsi la piccola formazione in previsione di nuovi, più massicci attacchi di rappresaglia da parte dei fascisti contro cittadini inermi. La decisione presa fu quella di sciogliere il distaccamento.
Il monumento sulla S.P.28
Monumento in memoria di Giordano Cavestro, Raimondo Pellinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venosti, qui fucilati da elementi della brigata nera di Parma. Giordano Cavestro era uno studente di 18 anni, che da 3 faceva parte della rete clandestina del Partito Comunista e che aveva promosso il Fronte della Gioventù in provincia di Parma. Insieme ad altri 39 partigiani venne catturato il 7 aprile 1944 a Montagnana e con i suoi compagni fu condannato a morte, nonostante un forte movimento di opinione pubblica; tre di loro vennero fucilati a Monticelli Terme il giorno successivo a quello della condanna; gli altri vennero graziati; Cavestro ed i suoi quattro compagni, tenuti come ostaggi, furono fucilati per rappresaglia il 4 maggio 1944. Le ultime lettere di Giordano Cavestro ai compagni ed ai genitori sono state pubblicate nella raccolta di Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana. Alla sua memoria è stata decretata la medaglia d’oro al V.M.
Parma, 4-5-1944
Cari compagni, ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.




